L’elaborazione del lutto: ricominciare… nonostante tutto

Qual è l’esperienza più radicale del lutto? Di cosa si tratta? In cosa consiste il suo “lavoro”? E davvero si compie in modo definitivo?

L’esperienza del lutto in Sigmund Freud

Il lutto è un’esperienza che prima o poi noi tutti, in quanto esseri umani, soggetti in relazione, siamo destinati a fare. Ma di che cosa si tratta più precisamente? Qual è il suo tratto più radicale?

Freud, in Lutto e melanconia, definisce il lutto come la “reazione alla perdita di una persona amata” (Freud S., 1978, p. 126). Dunque un processo “fisiologico”, che nulla ha a che fare con la patologia e che non è necessariamente associata alla depressione, a meno che non vi siano sintomi gravi come i deliri o la presenza di ideazione suicidaria (Frances A., 2014). Il lutto è un “lavoro” – come lo definisce Freud – che consiste nel prendere atto che l’Altro non c’è più e nel ritiro e disinvestimento sentimentale dallo stesso.

Ancora Freud, ci suggerisce giustamente che questo compito gravoso – questo “lavoro” – non può essere realizzato in tempi brevi. Non è una discesa indolore. Una toccata e fuga; bensì un’operazione che nella sua richiesta di tempo ed energia, prolunga l’esistenza di chi non c’è più. Ci illude che l’Altro continui a vivere in un mondo che, senza la sua presenza, si è svuotato e impoverito terribilmente.

Per Freud il tempo, la memoria e il dolore connesso, sono gli elementi, gli ingredienti che servono a compiere il lavoro del lutto: ovvero a liberarci dall’assenza e dal silenzio asfissiante di chi abbiamo perduto.

Al di là della tesi freudiana

L’esperienza clinica – e di esseri umani – in realtà tende ad entrare in contrasto con la tesi suesposta. Secondo Freud, il lavoro del lutto si compie nella misura in cui ci libera dall’oggetto perduto. Nella misura in cui riusciamo a distaccarci sentimentalmente da chi abbiamo perso e riusciamo in questo modo a reinvestire il nostro amore su una nuova persona.

Ma è proprio così? Il lavoro del lutto davvero ci libera dall’Altro? E davvero si compie una volta per tutte? In modo definitivo? Assoluto? O forse in questo compito così straziante vi è sempre un resto inassimilabile, che resiste ad ogni tentativo di elaborazione? In effetti, la nostra vita è la testimonianza di come l’Altro-perduto continui sempre a soggiornare nella nostra mente, anche a distanza di tempo. Il nostro pensiero è sempre rapito, inglobato, catturato nella sua immagine; in quel volto che amavamo così tanto e che adesso non c’è più.

In questo ritorno del pensiero sull’Altro, scorgiamo forse la cifra più profonda dell’esperienza umana: ovvero l’impossibilità non solo di elaborare tout court la perdita di chi abbiamo e continuiamo ad amare, ma anche la nostra stessa esistenza, calata in un tempo che, come suggeriva Nietzsche, è riducibile ad un istante.

Un’assenza sempre presente

Il lavoro del lutto, il suo compimento, non equivale ad uno svuotamento, un ritiro totale dall’Altro-perduto; ad un semplice reinvestimento sul Nuovo, sul diverso. Questo perché il lutto, anche quello più compiuto, lascia sempre un resto, una traccia, qualcosa che resiste, che non s’assimila, non s’ingloba, non rientra, non si rappresenta, non si compie. In questo senso l’elaborazione del lutto, il suo obiettivo, è quello di cicatrizzare, suturare, circoscrivere la ferita dolorosa inferta dalla scomparsa dell’Altro. Ciò implica che il lavoro del lutto in realtà non ha mai una fine, una conclusione definitiva. Non è un’archiviazione del dolore, un mettere via, un murare; quanto un ritornarci incessantemente su rendendo ogni movimento meno doloroso, meno traumatico. È un recuperare volta dopo volta un pezzo della relazione con l’Altro. Un incorporare ed integrare ciò che amavamo e detestavamo dell’Altro.

Quando ciò accade, abbiamo il miracolo del lutto, che, come ricordavamo, non equivale alla liberazione totale dall’Altro, ma al passaggio dal rimpianto del non-detto alla gratitudine del tempo passato insieme. Detto in altri termini, l’elaborazione del lutto è un ritorno che ha la forza di un annuncio: è un ricominciare a camminare nel mondo…nonostante tutto.

Bibliografia

  • Frances A. (2013), La diagnosi in psichiatria. Ripensare il DSM-5, Raffaello Cortina, Milano 2014.
  • Freud S. (1915), Lutto e Melanconia, in Metapsicologia, Bollati Boringhieri, Torino 1978.